Ago 262021
 
Resoconto O.R.CO. 21-22 Agosto 2021

Sono passati 2 anni e 3 mesi dall’ultima volta in Khayyam, lo intercettammo dal Finis Africæ attraverso una serie di passaggi tutt’altro che comodi ma probabilmente più comodi dei famosi “Castighi di Dio” che si trovano a monte del punto di congiunzione fra questi 2 rami del Fighiera.

Foto S. Iannelli

Dico probabilmente perché dato che non ci sono mai stato preferisco evitare di riempirmi la bocca con affermazioni mitologiche fondate sul “sentito dire” come spesso accade fra strane forme di speleologi.

Dunque venerdì sera ci incontriamo a Levigliani, riuniti a cena per organizzare al meglio questa punta in Fighiera. Con noi ci sono anche alcuni cari amici che non ci seguiranno in grotta ma ad ogni modo ci rendono piacere con la loro presenza, é risaputo che delle sane risate a tavola in buona compagnia non hanno mai fatto male a nessuno. Appena finito di mangiare usciamo a fare delle prove di calibrazione del Disto ma non essendo molto soddisfatto del risultato decido di rimandare il rilievo, quindi passiamo a preparare i sacchi in maniera maniacalmente efficiente e alle 2:00 ci mettiamo finalmente a riposo. Ogni tanto osservo gli altri dormire mentre faccio i conti dei materiali da recuperare dai nostri magazzini ipogei, poi alle 5:30 suona la sveglia, schizziamo in piedi e all’alba partiamo verso il 19°. Qualcuno é anche riuscito a godersi 3,5 preziosissime ore di sonno… Faró finta di aver dormito anche io.Alle 10:00 siamo al Campo Base Hilton, la pacchia dei nostri 4 sacchi mezzi vuoti é giustamente finita, da qui in avanti cominciamo a caricare corde e attacchi lungo la via. Era imbarazzante andare in giro con il sacco da pellegrino scuriosatore di esplorazioni altrui…Scendiamo rapidamente nel “Finis Africæ” e ci infiliamo nei passaggi che portano alla saletta “KYM”, adesso la situazione comincia a farsi veramente scomoda, la via si alterna dallo stretto, al basso, al bagnato e tutto ovviamente molto ventilato, con qualche pozzetto da scendere in corda. Uno spettacolo… Per fortuna che é così! almeno ne tiene lontani tanti preservando l’affascinante meandro dal quale, totalmente avvolti dalle concrezioni, si trova accesso al Khayyam.

Riprendiamo i passi dal limite in cui 2 anni fa ci eravamo spinti io e Antonio, da qui in poi dobbiamo rimboccarci le maniche. Abbiamo un meandro davanti a noi dove é possibile proseguire sia in alto che in basso partono Veronica e Jack per vedere come evolve, seguo Veronica in una bella condotta di modeste dimensioni poi trovo una corda che scende giù, é datata e per niente usurata, non servirebbe nemmeno, con un po’ di abilità in contrapposizione si disarrampica il meandro fino ad arrivare alla base, poi un altro salto porta in un ambiente più largo, sento jack che mi parla é abbastanza vicino ma é separato da me da 4 metri di strettoia a prova di gatto quindi l’unica via é quella alta. Da qui abbiamo di nuovo 2 possibilità di prosecuzione, la maggior parte dell’aria passa in alto ma sono convinto che non sia questa la via. Marco torna a verificare per sicurezza. Mangiamo un boccone e ripartiamo armando lungo un fratturone inclinato per circa 25m, alla base si esclude subito una delle 2 direzioni visto che non ci passa nemmeno un piede, dall’altra parte invece ci passa l’aria e anche il piede, il resto un po’ meno… Va avanti la strettoista a perdere poi seguiamo io Jack e Marco. Quante risate li dentro… Sbuchiamo in un pozzo camminando su blocchi di crollo, perdiamo un bel po’ di tempo a ripulirlo dalle insidie, alcune fin troppo grosse, giunti alla base proseguiamo al soffitto di una forra concrezionata fino ad affacciarci su un’altra verticale, é facilmente intuibile che dobbiamo traversare sorvolandola, quindi vado avanti e metto in sicurezza il passaggio, da qui a pochi metri ci affacciamo su un pozzo ampio e spuntano alcuni dubbi. Si vede un terrazzo in lontananza sul lato destro, armo la verticale e scendiamo tutti, 10 metri avanti a noi un’altra verticale che da su un attivo, i dubbi stanno diventando certezze… Che la diritta via era smarrita! Devo scendere per averne conferma e infatti la forra diventa oscura, stretta, con le pareti ricoperte di fango, l’ultima sfiammellata é di chi ha osato per altri 2 metri. Ho perso gia troppo tempo, torno su di corsa.

Qualcuno comincia ad avere sonno… Esclamo: “ma se sarà appena ora di cena!dai su, ci siamo lasciati qualcosa alle spalle, torniamo indietro a cercarla” Veronica e Marco tornano all’attacco della verticale e si separano in perlustrazione. Io e Jack puntiamo a raggiungere il terrazzo e ci prepariamo a chiodare un traverso pur non avendo alcuna voglia di farlo, immaginando che la via che stiamo cercando non sarà certamente li e infatti non chiodo un bel niente. Giunto alla quota del terrazzo chiedo a Jack di spostarsi da sotto e saldo a qualche appiglio, con l’aiuto di un cordino, raggiungo la meta. Il Gran Maestro suggerisce che in certi casi bisogna sentirsi dentro una bolla concentrandosi esclusivamente su quei pochi centimetri che ti circondano contenuti in essa. Le ovvie controindicazioni sarebbero: “se fai qualche flop la bolla non ti tiene e ti fai un bel volo pendolando contro la parete opposta” ma intanto il suo suggerimento mi é d’aiuto come sempre. Qui osservando verso l’alto vedo un pozzo di grandi dimensioni, una diramazione verticale attraverso blocchi di crollo da su un altro ambiente che sembra essere grande, tento una folle arrampicata, per circa 15-20 metri, i blocchi sembrano stabili e oltretutto guardo bene di non volare giù. Mi sto chiedendo perché diavolo stia arrampicando qui dentro seppur certo che la via non sia questa. Che domande… Il “conosciuto” mi interessa relativamente e sono appena giunto alla base di un altro pozzo con la bava alla bocca e il timore alle spalle, mentre da dietro mi sento urlare in lontananza da Marco “Veronica ha trovato delle condotte” mi spunta un sorriso provvisorio… Adesso guardiamo come disarrampicare. Arrivo da loro, Veronica mi dice “vai un po’ a vedere” mi affaccio, esclamo “Eccola qui l’aria!” le chiedo se salgono su a forma di aspirale e mi dice di si, almeno per il tratto che le ha percorse. Non c’é dubbio, ci siamo! Percorriamo le condotte fino a sbucare in una galleria e da qui a pochi metri arriviamo nella galleria principale. Quanta roba che c’é da rivedere in Khayyam… Mentre mordiamo delle barrette disgustose, sorrido e dico “é qui che comincia la grotta, si risale!”, imbocchiamo il “Ramo degli Orchi” lasciandoci alle spalle l’enorme galleria e tante emozioni, durante le risalite mi rendo conto che ci sarebbero diversi tratti da rendere più agevoli e sicuri, ma stanno bene come stanno. Lasciamo alla grotta il beneficio di prendersi gioco di chi non la comprende e non se la guadagna.

Il sonno comincia a mostrarsi seriamente con strani effetti. A tratti sembra di dialogare con degli ubriachi, allora cerco di tenere alto il morale di tutti pedalata dopo pedalata “forza! Non saranno certo i capricci e il sonno a portarci fuori da qui” Arrivati in Galleria di – 250 sembra di essere fuori ma il 19° non é ancora vicino. 4 anime dannate vagano in galleria, ogni tanto rompo il silenzio richiamando l’attenzione dei miei compagni per tenerci svegli. Finalmente si sente l’aria di fuori, il 19° ci regala il solito panorama spettacolare, con l’alba sugli appennini, ritorna la gioia sui nostri volti e parte un urlo che avranno udito fino a Castelnuovo, subito dopo ci sdraiamo nell’erba e ci mettiamo a dormire per qualche minuto prima di scendere alle macchine e andare a mangiare.

Partecipanti :

Veronica Bacchinucci, Maurizio Rizzotto (Jack), Salvatore Iannelli, Marco Florio.

Ago 112021
 

È giunta l’ora di chiarire i dubbi e le ipotesi riguardo il punto in cui siamo sbucati nei Rami dei Fiorentini dal Ramo degli Orchi.

Foto S. Iannelli

Pochi giorni prima, a telefono con il Gran Maestro stavamo osservando e commentando alcune cose circa i rilievi dei rami sottostanti.
È pronta una squadra di 5 persone sufficienti al raggiungimento dei nostri obbiettivi e a far fronte ad ogni eventuale imprevisto per la progressione in tutto il tratto a noi sconosciuto, fra il pozzo dove ci eravamo fermati io e Veronica nella precedente uscita e il Pozzo Stalingrado, conosciuto solo da me e Fabio per esserci stati appena una volta.
Ecco che di venerdì mattina nel giro di un’ora la squadra si riduce simpaticamente a 2 unità, io e il Maresciallo, l’ultima nave. Appena lo chiamo per spiegargli la situazione mi risponde “tanto lo avevi previsto, io ci sono!” Ottimo, é quello che volevo semtirmi dire.

Alle 7:00 di sabato mattina lasciamo una macchina davanti al turistico e filiamo in retro Corchia. Entriamo alle 9:30 dal 19°, carichi! per modo di dire, visto che si e no avró dormito 4h, i sacchi sono sicuramente più carichi di noi ma al momento non ce ne rendiamo conto.
Facciamo una brevissima sosta al vecchio campo base dei piemontesi per bere un sorso d’acqua a “km sottozero” direttamente dallo scorrimento sulla roccia, poi riprendiamo velocemente il passo e non avendo niente di meglio da fare che galoppare, ci mettiamo a fare pronostici sulle tempistiche di raggiungimento degli obbiettivi e dei vari punti della grotta, consapevoli del fatto che più andremo in la e meno saranno veritieri.
Ci fermiamo all’Auditorium per organizzarci con corde e attacchi, raccogliendo con gioia lungo la via, un altro sacco che contro ogni regola della pigrizia dello “speleologo medio” (che di speleologo ha ben poco) ci litigheremo passo dopo passo fino all’uscita.
Giunti ai passaggi selettivi fra i blocchi di crollo che separano i grandi ambienti del Ramo degli Orchi dal pozzo di congiunzione, incominciamo a fare il rilievo ma ci sono dei problemi con il Disto quindi dobbiamo rimandare e ci mettiamo subito all’opera per renderli più agevoli.
Per non farci mancare proprio nulla troviamo un’ulteriore prosecuzione sull’ attivo che nella punta precedente non avevamo minimamente notato, ma non abbiamo tempo per approfondirne le conoscenze e dopo aver mangiato un boccone cominciamo a scendere il pozzo , lentamente…
Durante l’armo, osservando i chiodi di chi lo aveva risalito, mi immedesimo nella situazione perdendomi letteralmente in un altro mondo, quello delle “Risalite dei Fiorentini” di chi in quel posto aveva osato circa 40 anni fa, quei chiodi parlano di storia e sacrifici, la storia ci insegna che stranamente, spesso molliamo quando siamo ad un pelo dal raggiungimento di un obbiettivo, proprio quando in realtà bisognerebbe dare l’impossibile, ma chi lo puó capire quanto ne siamo vicini e se davvero lo siamo…
Giunti alla base della verticale parte una forra più “giovane” che si immette su un’altra di dimensioni più grandi, siamo di fronte a 3 possibilità di prosecuzione, con una manovra roccambolesca raggiungo una finestra e armo un traverso aereo che attraversa la forra da una parte all’altra.
Il Maresciallo mi raggiunge poi vado avanti a vedere se siamo sulla via giusta.

Mi assento per qualche minuto, o almeno sembra che ne siano passati pochi, percorro in opposizione la forra che fortunatamente diventa di nuovo più stretta, raggiungendone la base e passando fra alcuni massi arrivo in una galleria di modeste dimensioni, qui scorrono gli affluenti che portano acqua al “Ramo della Valle dell’Eden” nel “Gran Fiume dei Tamugni”, o almeno la situazione corrisponde a quanto detto precedentemente con il Gran Maestro.
Facendo pochi passi nel senso opposto noto delle scritture in acetilene.
“In queste regioni si conclude la via dell’Abisso Fig…” é Badino! Non credo ai miei occhi. Siamo qui stranamente all’anniversario dei 4 anni dalla sua scomparsa, appena mi riprendo urlo ad Ivan. La via per il campo dei fiorentini l’abbiamo trovata, il Ramo degli Orchi é congiunto ai Rami dei Fiorentini a pochi metri di distanza dalla congiunzione fatta dal Khayyam, e adesso come facciamo a dirlo a Badino?

Riprendiamo il nostro cammino in gallerie spettacolari, grandi a tal punto da farci sentire delle formiche, sistemando alcune corde alla meno peggio fino ad arrivare al Pozzo Stalingrado. Esclamo “questo l’ho visto una volta ma lo riconosco, é lui!” da qui in avanti abbiamo un pensiero in meno.
I sacchi sono stracolmi con le corde marce che abbiamo raccolto lungo la via e le poche ore di sonno della notte precedente si fanno sentire. Percorriamo tutto il Labirinto Gruviera e finalmente siamo al campo base.
Dopo mezz’ora di sosta ripartiamo.
Ripeto più volte “qualcuno deve aver spostato la Galleria Roversi più a valle” il Maresciallo se la sta godendo la sua prima volta ai fiorentini, chissà quanto mi sta maledicendo pensando a quando gli avevo detto “Tranquillo, dallo Stalingrado in poi si va! Poi alla Fangaia siamo fuori”
È tardi e gli occhi vogliono chiudersi… Ho sempre “rimproverato” i miei compagni quando hanno fatto tardi il venerdì sera prima delle punte in grotta e io ho fatto peggio.
Ci fermiamo per 5 minuti all’attacco dell’ultima calata prima della Roversi, chiudo gli occhi e ripenso a tutte le emozioni vissute nel Ramo degli Orchi quando la via sembrava chiudere e da li a pochi minuti trovavamo la prosecuzione tutt’altro che scontata, poi scatto in piedi e dico “dobbiamo muoverci”.
Arrivati alla Fangaia partoriamo l’ultimo inutile pronostico “alle 5 saremo in cima alla franosa e ora ti voglio a salire quelle maledette scale! Perché il sasso é diverso!” alle 5 e 4 minuti ci siamo davvero, il Maresciallo dice “sento già l’aria di fuori” arrampichiamo il pozzo destro dei pompieri con gli occhi mezzi chiusi e il sacco ausiliario che facilita il tutto, il vento della grotta ci spara fuori, dopo 20h di attività interrotta raramente da brevi pause ,ammiro il panorama, il cielo ricoperto di nubi nere ed esclamo “Bello schifo, si stava meglio dentro!”
10 minuti minuti di doveroso relax e scendiamo ai tavoli del turistico per fare colazione o forse cena boh chiamatela come vi pare, con mezzo kg di trofie al ragù di cinghiale e una bordolese di Chianti Classico.

Partecipanti :
Ivan Ghiselli (il Maresciallo), Salvatore Iannelli

Giu 292021
 

Venerdì 16 Luglio serata evento presso l’hotel ristorante Vallechiara di Levigliani, sarà inaugurata la targa celebrativa dedicata alla “Piera” ed in seguito avrà luogo la presentazione e prima proiezione ufficiale del film realizzato da Roberto Tronconi “La Montagna Vuota”.

Ecco il link per l’evento Facebook

Entrambi gli eventi attendevano da più di un anno che si riuscisse ad organizzarli come meritano, ma il sopraggiungere della pandemia ha ovviamente fatto saltare tutti i programmi, adesso dopo i primi segnali tangibili di un ritorno alla normalità si è pensato che fosse il momento adatto per riprendere un discorso lasciato in sospeso per troppo tempo.

La targa, realizzata dalle sapienti mani del nostro “Màro”, è stata voluta dalla Federazione a nome di tutta la Speleologia Toscana ma non solo, per rendere omaggio alla memoria di una persona speciale, che ha avuto suo malgrado un ruolo importante nella storia della speleologia pur essendo, come diceva lei stessa, “mai stata in grotta”; e della sua importanza e dell’affetto che tutti provavano nei suoi confronti se ne è avuta prova tangibile con la grande ondata di commozione che ha suscitato in tutto il mondo speleologico la notizia della sua scomparsa.

E di storia della speleologia, di grandi esplorazioni, di grandi imprese che hanno avuto come teatro il Corchia (ma anche in un certo senso il Vallechiara e La Piera) si parlerà nel secondo appuntamento della serata con la presentazione ufficiale del film “La Montagna Vuota” di Roberto Tronconi e la proiezione in anteprima proprio nei locali del Vallechiara.

Il film racconta l’epopea del Corchia, la sua esplorazione ed i protagonisti che l’hanno vissuta e resa possibile.

 Il programma prevede:

  • H 18.00 Inaugurazione della targa
  • Brindisi offerto dal Ristorante Vallechiara
  • H 21.00 Proiezione del film
Giu 232021
 

Resoconto O.R.CO. 19-20/06/2021

19/06/2021 Primo appuntamento in ampio ritardo nel calendario.

Ci troviamo alle 9:30 alla marginetta di Fociomboli io, Veronica e Leo, con 2 validissimi motivi per entrare in grotta. 

Foto S. Iannelli

Il primo é quello di rimettere finalmente mano alle esplorazioni lasciate in sospeso dallo scorso ottobre 2020. Il secondo é quello di scappare dal caldo afoso che ci toglie l’aria nell’avvicinamento al 19°.

Una volta superati i primi passaggi scomodi dell’ingresso ci sediamo per un paio di minuti a goderci il fresco della grotta, poi riprendiamo in agilità il cammino verso il Traforo del Fighiera dove ci liberiamo della roba da campo e facciamo rifornimento per lo stomaco. 

 

Eccoci nel Ramo degli Orchi.

Il Gran Maestro fa degli apprezzamenti positivi sul Pozzo Versilia e all’Auditorium, un po’ meno per il Marron Glace… 

Mi sento in imbarazzo ma onorato nel trovarmi qui a fare strada raccontando le vicende delle esplorazioni a chi di norma le racconta agli altri essendo il miglior conoscitore di questa grotta. 

In pochi minuti recuperiamo i materiali da armo e ci dirigiamo nel punto di esplorazione. Il forte boato che avevamo sentito ad ottobre prodotto dallo scorrimento d’acqua non si sente più e presto scopriremo il perché. Leo attrezza subito la prima calata e si affaccia a valutare la situazione mentre io e Veronica lo seguiamo. La forra che avevamo visto io ed Ivan dalla Galleria dei Sogni va presto a stringersi e alla base c’é ancora un po’ di scorrimento nonostante il periodo di siccità. Ci dividiamo a scuriosare per alcune valutazioni, l’acqua ne percorre la base alternandosi mediamente in tratti orizzontali di 10m con un solco inciso nel centro profondo circa 20 cm che mi ricorda un bellissimo tratto dei “Nuovi Mondi” dell’ Abisso Cul di Bove, e verticali di altrettanti metri. Ci rendiamo conto che la forra verso monte stringe troppo, prende le sembianze di Buca Frigo… Leo vede un punto dove si potrebbe tentare una calata, il fondo é circa 20m sotto di noi ma la verticale é in parte ostruita da due lastroni di marmo che oltre a costringerci a passaggi selettivi sembrano essere di stabilità precaria, su di questi é sorretto anche il cumulo di detriti che formano il terrazzo sul quale sto sostando 3m più in alto e non abbiamo materiali da disostruzione. Nel frattempo Veronica sta cercando un’alternativa ma mi viene un’idea lampante e la metto subito al banco prova. Mi giro a prendere un blocco di circa 20kg che funzionerà da palla di cannone e miro dritto al nervo scoperto dei lastroni, il punto dove ipotizzo che tutta questa roba scarichi il suo peso, mi preparo a spalle larghe immaginando cosa succederà e fuoco! Il masso becca la lesione e va giù un mondo intero di massi mentre io con un balzo felino rimango incastrato in opposizione con spalle e gomiti fra le pareti della forra con i piedi nel vuoto. Leo si gira di colpo con uno sguardo a dir poco impressionato, mi guarda senza parole e io guardo lui mentre porto anche i piedi in opposizione, guardiamo verso il basso ed esclamo “ora si passa!” mentre ridiamo della situazione ci raggiunge Veronica spaventata dal chiasso che forse é stato registrato anche da qualche sismografo, domandandoci cosa fosse successo. Armiamo la calata e scendo a vedere. Alla base si presenta subito un altro passaggio stretto con una verticale da circa 4m, ma é oltrepassabile abbastanza facilmente quindi scendono subito anche Leo e Veronica, il trapano entra preciso a millimetro fra una parete e l’atra per mettere un frazionamento. Scendiamo io e Veronica, subito dopo pochi metri abbiamo un passaggio in frana molto selettivo ma lo miglioriamo spostando qualche blocco e avanziamo in un ambiente leggermente più comodo. Dopo qualche istante si presenta un bivio, io mio affaccio a dritto infilando la testa in mezzo a dei massi, ovviamente prosegue la forra stretta e attiva, sulla sinistra invece, si infila Veronica con delle manovre di contorsionismo… E chi la ferma! Ci aspettiamo la stessa situazione visto che ci stiamo semplicemente infilando fra i blocchi della frana che ingombrano la forra e mentre lei me lo sta confermando commette “l’errore” di dirmi che la é tutto nero! Ci sentiamo benissimo (é chiaro! Siamo ovviamente troppo vicini) ma le luci non si vedono, io sono affacciato su un attivo stretto e lei dice che li é tutto nero… Allora fatico nel fare marcia indietro e provo ad andare a vedere. Esclamo ridendo per non imprecare dai dolori “mi servirebbe il femore snodato” poi passo e nell’affacciarmi vedo sotto di me un forrone fossile. 

Questi sono i momenti che condannano le persone ad esplorare, come sa ben fare l’Abisso Fighiera. 

Ci metto qualche minuto a ritrovare la lucidità, chiamo Leo gridando, era rimasto qualche metro indietro in attesa di notizie ma non mi sente, non posso muovermi oltre questo punto per non volare di sotto, mi guardo intorno e sondo la profondità della forra. I sassi si fermano circa 15-20m sotto di noi siamo letteralmente sbucati in questo ambiente dall’alto, da un tappo di frana, poi in lontananza su una parete vedo un cordino su un anello ultradatato e perdo di nuovo la lucidità per qualche istante… Non c’é altro e non posso muovermi, é quasi sicuramente l’ancoraggio per il disarmo di un tentativo di risalita dal basso mollato al raggiungimento del tappo di frana, c’é aria di fiorentini… 

Torniamo indietro per raccontare tutto a Leo e decidiamo di riaffrontare la situazione dopo aver disostruito i due passaggi proibitivi della frana. Ma la cosa più importante che ci terrà molto indaffarati é che in questo punto passa circa 1/4 dell’aria presente all’imbocco del Ramo degli Orchi… Facciamo quindi rientro verso il campo base facendo il rilievo della parte nuova. 

Successivamente Leo riscontrerà di aver raggiunto la quota di 1080m s.l.m. Ovvero -560 nel sistema Corchia con posizionamento In pianta in prossimità dei Pozzi Valanga e Beatrice (Rami dei Fiorentini).

Il Ramo degli Orchi ha dunque raggiunto un dislivello di -310m con sviluppo di circa 500m atrraversando ambienti di dimensioni maestose a tratti ingombrati da blocchi di frana. 

 

La mattina seguente dopo qualche ora di riposo siamo diretti al Finis Africae per riverdere alcuni ambienti sui quali si era affacciato Leo durante le precedenti punte. 

Dopo qualche metro di “grotta nuova” Leo arma la prima calata. Alla base ci sono prosecuzioni ovunque, é una situazione allucinante, cominciamo ad affacciarci in alcune di queste, poi ne prendiamo una che sembra promettere bene, ma dopo qualche metro di calata in corda e disarrampicata in una forretta attiva siamo costretti a tornare indietro perché diventa di dimensioni a prova di gatto. Mentre Veronica sta osservando alcune prosecuzioni Leo ed io facciamo il rilievo. Restano un paio di punti interrogativi su alcune delle diramazioni viste da Veronica in questi ambienti principalmente verticali dove al momento abbiamo esplorato e rilevato circa 110m . Una delle diramazioni sembrava essere molto promettente, va Leo in avanscoperta intercettando una finestra con un pendolo all’attacco dell’ultimo pozzo, ma questa ci ha ricondotti nel fratturone dove si inabissa il Finis Africae, precisamente al di sopra della frana dove trova sviluppo il cunicolo che porta alla sala KYM.

Facciamo quindi due conti per la prossima volta che torneremo ad operare in questo ramo e ci incamminiamo verso il 19° con una breve sosta al campo base. 

 

Partecipanti all’uscita:

Veronica Bacchinucci, Leonardo Piccini, Salvatore Iannelli. 

 

Saluti. 

 

Salvatore Iannelli.

Lug 142020
 

English version.

Nella notte tra sabato 11 e domenica 12/07/2020, grazie al lavoro congiunto dello Speleoclub Garfagnana e del Gruppo Speleologico Fiorentino, l’abisso Chimera è stato congiunto con il complesso Saragato, Aria Ghiaccia, Gigi Squisio e Mani pulite, nello specifico con un ramo dell’abisso P. Saragato.
Un ostacolo che faceva supporre impossibile la giunzione era il fatto che il Saragato afferiva le sue acque solo alla sorgente di Equi Terme, mentre la colorazione dell’abisso Chimera ha dato esito positivo presso la risorgenza di Forno: il Frigido.
Solo dopo che la colorazione del sifone del ramo sud est del Saragato ha dato esito concorde con la sorgente di Chimera, dimostrando incidentalmente la presenza di uno spartiacque interno alla grotta, la giunzione è diventata fattibile, o almeno “sognabile”.
Con l’evolversi delle esplorazioni le due grotte si sono avvicinate, fino alla giunzione tanto sperata tra i due abissi. L’abisso Chimera aggiunge altri 14,5km al complesso portandolo a quasi 63 km di sviluppo ed un dislivello totale di 1200m.
Grazie a chi ha contribuito ed a chi ha sognato questa giunzione.
Nelle foto la grande sala della giunzione.