Vagli Sopra, erano giorni grandi: in memoria di Rosa e Trombino
di Max Goldoni “Il Massimo di Modena”
Tornare a parlare del “Trombino” non è semplice, perché Trombino è stato un luogo, un tempo, sono state persone, è stata un po’ geografia e molto immaginario. Insomma, per Trombino si intendeva un bar pizzeria, con annesse abitazione e camere, aperto per decenni nella “piazza” di Vagli Sopra, frazione di Vagli Sotto in provincia di Lucca e a ridosso della Valle d’Arnetola, profonda incisione tra il Monte Tambura e la catena Fiocca-Croce-Pallerina delle Alpi Apuane. Un bar come tanti in un paese come tanti, se non fosse che per quasi quindici anni fu riferimento, alloggio, casa e famiglia di decine di speleologi che andavano su e dentro le montagne,
tornavano, raccontavano, ripartivano e ritornavano. E, tutto questo, coinvolgendo gli usuali frequentatori del bar, cercando ricordi e anche compagni di avventura. Nel tempo, si era creato uno scarto enorme tra ciò che era il luogo e l’immaginario che lo avvolgeva. Amici e amiche non dentro ai lavori della speleologia arrivavano dal mitico Trombino e, ai piani alti, non trovavano altro che reti, materassi, polistirolo nel controsoffitto, un piccolo bagno con una stufina elettrica che lanciava saette se tenuta accesa per più di un minuto. E allora partivano i racconti. “Qui ci ha dormito..”, e si citava qualcuno, “di ritorno dall’esplorazione al…” , e si citava un abisso. Insomma si cercava di trasferire l’umore del mondo a persone che non sapevano nulla nemmeno della geografia esterna, non sotterranea, delle Apuane. Qualcuno si incuriosiva, almeno della discrepanza tra reale e immaginario, altri sparivano. Non tornavano davvero più in quel luogo che pareva oltraggiare il comune buon senso. Il Trombino poteva far nascere amori, ma anche distruggerli. Perché il Trombino non era ciò che si vedeva. Era un iceberg, immerso nei sogni di tanti di noi, che partivano annusando l’aria delle montagne, che pensavano alla grotta che le univa tutte, al vuoto che doveva esserci, nascosto nei contatti tra marmi e scisti, infrattato nel taglio di una cava abbandonata, o nelle zone non frequentate di una cava attiva. Il Trombino era il social prima del web. Non c’era nulla, nemmeno una lavagna da bacheca, ma tutti sapevano tutto in tempo reale. Chi esplorava arrivava, lasciava il suo post di racconto e questo viaggiava, si moltiplicava, risuonava lontanissimo per ricevere ammirazione, riaccendere invidie, invogliare a venire.
Poi sono successe tante cose strane, troppo vicine da rendere storia. Conflitti di territorio, una comunità spaccata. In tutto questo, Rosa e Trombino cedettero gestione e muri. Quello fu la fine di un tempo, il tempo della Piazza di Vagli Sopra. E fu la fine del nostro tempo a Vagli. Tornai a vedere l’edificio ristrutturato. Per assurdo, pensavo fosse rimasta la geografia delle vecchie stanze. Non c’era ovviamente più nulla. La ristrutturazione, certo puntuale e precisa, aveva creato linde stanzette. Come sempre avviene, il magico aveva lasciato il posto al grazioso. I lavori si erano portati via non solo polistirolo e cotto chiazzato, piattine elettriche e vecchi armadi. Se ne erano andate le parole, i suoni, i rumori dei passi strascinati la notte, le risate, i brindisi dei geografi del vuoto che di vuoto ne avevano trovato di nuovo, il rumore del biliardino, le urla dell’ultima bevuta. Guardai, le stanze, ringraziai, uscii. E capii che era cambiata anche l’aria ed era diversa la luce. Il silenzio della Valle d’Arnetola si era ripreso il Paese. Eppure ci sono cose che non si perdono, ci sono i racconti che continuano, che si sono trasferiti in altri ricordi e in altro immaginario. Non tanto tempo fa, un ragazzo, alto, con l’aria simpatica, è sceso da un camion e mi ha detto “Tu sei il Massimo” “Sì sono il Massimo, se intendi quel Massimo”. E lui mi ha detto chi era, il figlio di chi non mi torna, ma una cosa mi è rimasta “magari non lo sai, ma quando arrivavate voi delle buche, noi si faceva finta di giocare , ma si ascoltava dei posti che avevate visto, delle montagne dove eravate entrati. Eravate come il cinema, avevate le storie nuove in un posto dove le storie erano sempre le stesse”. Qualche ragazzo di Vagli si è avvicinato alle grotte. Il Luca se l’è portato via la cava a 18 anni, l’Alberto, il Conte!, è ora uno di quelli bravi. Di sicuro se ne è andato un tempo e ci hanno lasciato Rosa e Trombino.
Avevo finito le righe a ricordo del Trombino, parlando di Rosa che lo stava aspettando per andarsene anche lei. E li ho davvero immaginati mentre se ne andavano verso la Versilia della loro giovinezza. Perché loro avevano un diverso senso del tempo e anche dello spazio, non riproducibile su nessuna carta. E forse, proprio per questa fantastica rappresentazione che avevano del mondo, era stato possibile incontrarci. Peccato che tutto sia finito, ma è più importante che ci sia stato.